Image by Barbara Nitke, “Velvet and Trash”
"Instrumentum vocale, uno strumento
dotato di linguaggio: lo schiavo"
L.S. Vygotskij
Una rosa, una rosa di sdegno questa rosa, si sfalda a gesti
e scusate, di nuovo, questo groviglio tra le sabbie, coi piedi
scalzi mi tocca fare questa realtà, mi tocca questa finta,
un congegno a meraviglia, una strage, è tutto un parapiglia,
la palude mi stringe, ma provo con schegge l'urto solingo,
bruciato dal sale e labbra di piuma e non basta non a curare
il mio errore, non adesso, vano segno nel tacere altissimo
delle cose, ma vado, di corsa, sulla sabbia, a ventre basso,
verso la realtà la mia speranza e insieme il mio scetticismo,
ed ho pure pensato con calma: stavo sospeso dentro di me
facile alla pace all'indulgenza, poi, solo, ho perso
la pazienza e mi son detto: oh sì, devo - devo uscire, andare
nel clamore della notte, per strade e sfaceli sotto cieli
compiaciuti - oh sì, vado: e scusate questo taglio netto, e tengo
finché posso, se posso, la strada sul mare, su questo fondo
rancido sabbia oleosa, scivolo sullo scoglio sulle vere
norme - chi resta? chi resta che stride? chi procede nel breve
fasto di corte? pochi restano, ma di me resta il varco
aperto agitando i piedi sulla sabbia di corsa senza tracce
e queste mie bende, alla fine. Ho torto, ma vado, nella notte.
La verità è questa specie di nodo. Sono stato l'ultimo
a restare, nel fumo, pur ferito, sotto le bandiere - gridavo
e ricordavo: è solo un punto di mappa, uno strillo, poche spine,
appunti per un nero poema epico - oh scusate, ma la prassi
solare dov'è? e il suo veleno? finché vedo cascare
l'orizzonte - restare qui restare stare restare così,
con le parole, gola insabbiata, e molte frasi andranno
perdute: nel fango. Senza conflitti, senza lotte, regna
il ristagno: gli anni a venire legna da ardere, perdersi
cascando - il senso, cioè la verità - resisto alla storia
e non stancarsi mai è un atto critico: bisogna continuare,
ed io continuo - nel crollo generale, tra lingue città fango.
Ma andare, con piacere, e s'impone - tre passi e un saltello
dunque l'alterità, l'adeguato scarto. Cosa, nel tonfo secco,
continuerà domani? e mi dico che bisogna diffidare,
mi dico anche, col rantolo, serve? a che serve 'sta bocca
che ripete di fuoco? mi faccio posto, coi gomiti, perché
così vuole l'usanza, e cerco amicizie influenti, per salire
col mio destino verso la tranquillità - oh sì, forse domani,
ma domani è l'abisso, e tremo sulla sabbia, sempre di corsa,
non c'è che notte, ventre basso, lucidi, tenersi lucidi,
ma tengo solo a questa rosa, a questa sfida malata, e quasi
tocco il fondo, mare, roccia a picco, c'è vento, ma non posso
altrimenti, non posso che provare, rovente quanto basta
e illuso se volete, a raschiare la storia
Calibano l'indio, un indio che puzza
di pesce stantìo, schiavo dal nome vano: perso, mi son perso
nella melma, nell'impero, cercando di fretta un futuro,
tutto è moto e oscillo, mi torna la febbre, sputo nella melma
il poco sangue che mi resta - oh perso, caduco - nel bruciore
nella calca mobile delle sabbie di fine secolo
- oh l'epoca, la mia posizione - volevo voltarmi, tornare
al mare ostinato, ma restavo con l'isola tra le mani,
e mi chiedevo: chi sono? chi sono io? - costretto a rispondere
un nome, un nome soltanto, è solo un nome, un bruciore,
ma resto, comunque, nell'isola spaventosa, e provo il divenire,
m'apro all'abisso - oh sì, m'apro - e mi ficco in tutte le cose,
mi nego per quanto ero e mi dileguo e mi dissolvo
in qualcosa d'altro, stando in modo diverso, ma la strada
è melma e la melma mi si oppone mi blocca, e seguo
con occhi di melma un sentiero, oggi nel vento, ad esempio
come l'hobo nel codice notturno,
livido nel caos d'un altro principio. Lavoro giro e passo
oltre. E racconto attorno al fuoco. Ora tumefatto, ferito.
E dico frasi - parlo, senza illusioni, con lingua dolorosa,
del luogo in cui mi trovo, (Omissis), pronuncio il mio senso
nel dividere in atto e il mio dire, questo mio a fil di labbra,
non basta non basta non a liberarmi dalla crisi, e declino,
proprio io che ho tentato, con gruppo stabile, ma ora l'isola
mi corrode, mi ustiona dentro, e provo lo scoramento
- oh scaltro, in balìa del vero, e disarmato, scalzo, gl'occhi
al sentiero, gli occhi consumati, e solo allora, in moto
rotto, scelgo il movimento adatto, mentre la corsa batte
ora riempie e non so frenare la corsa e dal petto m'esce fiato
mi ripetevo guardando l'isola, col fiato - oh sentiero
confuso, oh fare un suono - io dico e butto fuori un suono
e mi cerco un suono nel delirio: far sentire la mia voce
dalla cima di quel colle in cima al sentiero e forse
navi passeranno - oh mare increspato, dàmmi un segno,
ho raccolto le mie forze per dire, proviamo, mi sono detto,
a dirla tutta, con parole sbagliate, prova a fare la storia,
dài, prova, con parole di catrame, a svelar qui di seguito
le trame di Calibano, schiavo nano
Devo obbedire
Con lo sguardo volto altrove. Devo anche dire, aprire
un'altra volta le fauci e pronunciare parole sporche,
denigrare: perché questo è il movere segreto
della parte che mi spetta, il dettame
delle cose. Il comando
sta nelle cose - tuttavia, occorre
parlare: sono tutti i sudditi
che voi avete: è mia quest'isola, ma Prospero
me l'ha sottratta - per allargare
il suo impero. E paludi, stagni. Stare
in piedi, parlare - senza alcun bisogno
d'inventare una scrittura, uno stile,
nuove parole, ma parlare,
di nuovo, muoversi e restare nell'acqua
stagnante, per fare ruina - oh sì, con bocca
vorace: ora, con pietre nello zaino, e dire - oh dire la rabbia
di porfido, questa rosa che annoda il suo tema all'orrore,
un mormorìo, inatteso, un piccolo balzo, un tonfo
ai bordi della parola, nel furto
di tempo
M'hanno relegato
nella dura roccia
col fegato spappolato che mi ricresce di continuo
sono letame, scracio di strega, sono piscia e fetore, ferito
al piede destro da Eracle lo stronzo, e sono pianto
d'aquila e solo la frusta solo lei mi può piegare
Parlavo la mia lingua, ma Prospero
diceva ch'erano suoni
inarticolati e la mia razza infame, infima, e ch'ero nato
per il confino, per la ferma prigione. M'ha insegnato
la sua lingua, costretto
alle sue parole, e il mio solo vantaggio
è che ora posso prendere fuoco
facendo finta: fare finta - mi dico: crudele:
Ti saluto, ti saluto fascino fresco del nulla, degno
padrone in armatura, vieni, vieni qui, si beve stasera
del vino sino all'alba, poi, col sole, ti mostrerò le zone
più fertili dell'isola, le sorgenti più belle e più pescose,
i luoghi dove trovare pepe, bacche, avorio, schiavi
a buon mercato, e polvere d'oro, tanto
oro,
poi, a sera, una donna
molto calda, magari mia sorella, e lo farò cantando
un canto a mezza voce, un mormorio, uno strano
mormorio, e canterò
ruggente, sino a scoppiare: Calibano
nato per il capestro, dalle grida
più forti della tempesta, canaglia
dalla bocca sempre aperta
Ascolta, Prospero, misero
padrone dell'isola, ascolta
l'orrendo spettacolo
della mia schiavitù, t'impongo
di ascoltare
un inno al secolo che muore
e a quello che vado a preparare
L'acqua sino al collo, tutto il giorno
nell'acqua sporca, coi piedi
straziati. L'umanità
completamente sola
Disfatta, nel cammino
irto, la verità
Ma tesse, Calibano, i suoi legami
con gli anni a venire
Schizzi, minute, progetti
per un'alterazione delle cose
Con vago sapere, nomade
Dunque un piccolo scarto,
un contatto, piccole azioni di contatto
Calibano
abita quest'isola: resta
in quest'isola. E la faccio crescere
Formo l'isola
non meno di quanto l'isola formi me
Ma Prospero frena, impedisce
Lo devo sfidare
In nome del mio nome: con l'utopia
in testa e furore logico - in fieri
la mia critica, senz'alibi d'inerzia. Io, Calibano, schiavo
deforme e bocca ardente, devo affrontare Prospero, fare
e disfare l'isola. Calibano l'indio, il mezzo uomo, deve
dubitare: con profondo dolore. Devo mettere in gioco
la mia crudeltà e cominciare, finalmente, a tagliare
il filo. Sono io quello che si rapporta alle cose
con il lavoro. Ma sono alle dipendenze
di Prospero, trasformo
le cose per lui: e sono spinto
ad agire, a muovermi, ad oppormi. Ma nessuno
mi crede capace e le mie minacce
sono irrise - forse - oh sì, forse devo
mettermi seriamente - oh sì, a dilaniare - oh forse sì, l'isola -
forse, col mio odio fecondo, devo cominciare a depredare
i mercanti e la discordia cospargere in ogni dove e ogni giorno
commettere nuovi oltraggi e far sventolare con gesto di sfida
i miei gonfaloni rossi sulle erbacce nauseanti dell'isola - io
e il mio genio peggiore, e ad ogni riga, con gesto
di fastidio, correre a passi levati
verso un domani
che ancor oggi non è, verso
un'altra architettura del mondo, e sempre salendo
a nuova conoscenza e muovendomi con suoni
curiosi e senza riposo verso la dolce
follia dell'ozio, in pace
Ozio, cerco l'ozio. Ozio
per tutti. Il dolce
far nulla
Un mormorìo leggero è cominciato
nel buio, con il dovuto distacco
Il secolo non finisce
all'ultimo orizzonte
Questo cammino è faticoso
Molto rischioso, infatti
Ma resto, io Calibano,
disponibile allo stupore
L'isola, immensa, è vinta
da un'armonìa solenne
Canta, divino Ariel, canta
mentr'io sputo sangue
Ora parte, con quella musica
di sottofondo, la mia congiura,
la vile congiura
di Calibano, questa creatura
della tenebra, costretto
a muoversi, stanco, nel fango
e a entrare negli anni
con fantasie di crudeltà
Nel discorde miscuglio,
nel mucchio con foga, nel guasto, dentro, nella trama crudele,
nell'anno in corso e in quelli che saranno, io cerco in ogni parte
questo fiore, fragile, questa rosa in piena crisi, e stringo
tra le mani la verità - l'unica sfida - ma sfugge in fango
e ruine, sguilla - oh vecchia talpa, dove sei? ed io, ai margini, sono
quello cattivo, sono nulla braccio strumento, e tutto faccio
e nulla ho - oh t'immagini la storia, io che la faccio, con taglio,
me che smuovo, e immagina se pure, nei ritagli di tempo,
immagina se provassi pure a dire, con proiettili terribili,
pensa se - oh il mio labbro ad inseguire l'orizzonte, e credimi
sarebbe divertente, molto, anche faticoso, ma la lingua
non può tutto - oh si può dire, si può - ma la lingua
non basta - ecco, sì, trema
la terra, trema, là dove il vento
scaglia il freddo in anticipo, e sento - oh sì, sento
non il fuoco, non l'onda espansiva, l'elica
di fiamma, che 'sta melma
è lingua
infetta, cupa, gelida crisi, e non frasi
ma stragi, fioche discrete diffuse - oh paralisi
dell'analisi, sì - e ci sono, falsificati, segni
e linguaggi, c'è l'inganno sulle cose,
la menzogna, ed io sono così pieno
di tempesta nel cuore, e vera
mi tocca, stasera, sputar la muta
lingua a battere le trame
sottili della rissa - oh trauma
oh sì, la morsa, la vorti
cosa frana - oh la sporca, sì - la vibrazione
breve delle mani gentili in rovescio,
la scansione litigiosa - e morto, alla fine,
per la vita, per 'sta rosa, fottuto
dal nome, dalla storia - oh sì, detto,
come detto più volte: Calibano
non basta, ma fa
inizio
(Lo prenderanno
Con colpi di piccone. Resteranno
i segni della sconfitta. Era un intruso
nella sua isola, estraneo
alle cose che produceva. Nato
tra due secoli. Prospero, signore
grandioso, mi trascina
con se nell'abisso - dagl'inferi non s'esce
oh uscire di corsa non se puote
se non guardando avanti
Il mare - Calibano si tuffa
tra le onde e nuota - oh sì, nuota
tra mille onde di crisi, verso
un punto lontano. Ma il mare
è tutto chiuso, le barche
cieche. Un nodo
lo stringe
Sui rematori le catene, gli schiocchi
della frusta - poi le acque
silenti,
gli squali
Dunque Calibano non può
lasciare l'isola - oh l'isola
è tutte le cose, e altre ancora
Non l'esodo, né mettersi in ritiro
dal mondo. Devo restare, la bocca
colma di fango - continuo
oh sì, continuo, nell'ordine dato,
tra continue gocce di secolo
che giunge lento - oh sì, continuo,
anche se la rissa stordisce. Le cicatrici
saranno inevitabili. Ma sono
ricco così e ritento il mio azzardo
con questo fruscìo di parole
dette ad alta voce,
e proprio
mentre il diluvio dura
Questo poemetto è stato pubblicato nell’antologia “Resistenze II. Memorie random per il prossimo millennio” curata da Marco Palladini (Arlem Editore, Roma 1997, prefazione di Giorgio Patrizi).