Rispondo solo adesso, e vergognosamente in ritardo, all’invito di Erminia di scrivere sulla poesia. Ho tardato per impegni vari, anche fuori sede e per rileggere l'intervista a Fortini, e leggere quanto scritto da Erminia con attenzione.

La questione di cosa sia per me la poesia è ben più ampia di quella della necessaria coincidenza in poesia tra voce interiore e voce pubblica.
Comincio con la questione più contenuta.
Premetto che per voce pubblica intendo la poesia espressa e pubblicata, e per voce interiore la natura intima, il modo d’essere.
Io ritengo che la coincidenza tra voce interiore e voce pubblica non sia necessaria. Non lo sia, quanto meno, a livello consapevole, più precisamente la poesia non pesca solo nella tradizione dei segni e della letteratura, nella comunicazione, nell’esperienza, nelle emozioni, nei sentimenti, nell’io interiore inteso come ciò che siamo, vogliamo essere e che, in buona sostanza, appariamo a coloro che ci conoscono.
La poesia pesca anche in una strato più profondo, quello del ciò che siamo e non sappiamo d’essere, non abbiamo il coraggio d’essere o non vorremmo nemmeno mai consapevolmente essere, sonda quello che vorremmo fare o diventare, quello che temiamo di diventare o fare. Scava cioè nelle fantasie, nel desiderio, nella paura, nell’ego, e translativamente scava in tutto quello che pensiamo dell’altro come oggetto della nostra capacità d’empatia di comprensione, di immaginazione.
Quando la poesia scava in noi stessi, o si proietta dentro l’altro, può emergere anche il non piacevole, lo scandaloso, il disdicevole, il turpe, l’osceno, quando s’immedesima nasce la poesia di trasfigurazione, immaginazione, empatia e scriviamo come se fossimo, immaginando d’essere, altri. Ecco l’uso in poesia dell’io ed del tu scambiati, falsati in un continuo rincorrersi di inganno di ruoli, dire "tu" quando il poeta sta parlando al poeta ed "io" scrivendo di qualcun altro del quale il poeta immagina pensieri, emozioni, desideri o al quale il poeta vuol dire qualcosa.
Con questa visione ho fatto della poesia le mie ali, essa è diventata la mia capacità di volare sopra “genti, mari, monti”, è, oltre tutto l’altro che è, anche la mia libertà, inventiva, i miei desideri, la fantasia, i sogni ad occhi aperti ed ad occhi chiusi, le mie "allucinazioni".
La poesia mi dà un senso profondo di assolutezza da vincoli e oppressioni, da condizionamenti e preclusioni. La libertà di spaziare dentro un io che non sono io, stravolgendolo, alterandolo, forzandolo oltre i limiti delle convenzioni e giudizi, cercando di rompere gli argini di un rigido superio che governa e controlla ogni mia azione, da qui la propensione alla saggezza e la tendenza alla filosofia che emergono anch’esse spesso nei testi poetici.
Chi dice che i filosofi sono poeti ai quali si è esaurita la vena non si sbaglia molto.
Ma all’inverso si potrebbe dire che i poeti sono filosofi che non vogliono argomentare il loro pensiero.
Ma la poesia non è solo saggezza, è follia è possibilità di dire il non dicibile, pensare il non pensabile, delirare. E’ drogarsi di sé e dell’altro, d’altro, di noi, di totalità dell’ umano è spingere sull’acceleratore delle paranoie, delle visioni, dell’invenzione. L'uso delle immagini in tal senso è meravigliosamente duttile. E’ scrivere a ruota libera permettendo una sorta di comunicazione tra viscere e bocca, che crei corto circuito con il cervello e lo spiazzi, lo escluda, l’uccida, faccia emergere le parole come da un abisso di incoscienza. Ma è anche all’opposto riflettere, tentare la ricerca della verità, del giusto, del bello. E’ il conato di dire il sublime universale che è in ognuno di noi.
Certo con questa altalena paurosa tra intimo “non io”, autentico io e altro fuori di me, saggezza e follia, verità e fantasia, la poesia diventa un giro vorticoso che sembra catapultare il lettore in una sorta di “ottovolante”, si aggiunga poi una grande attenzione, un amore viscerale per le parole viste come sorta di materia da plasmare in una forma che dia la massima resa dell’intento e un’orecchio particolare per la musicalità del testo.
Certo mi rendo conto tutto quel che ho detto non vale riferito alla singola poesia, non vale sin dagli inizi della mia produzione, non spiega, e del resto non vuole spiegare, perché ho cominciato a scrivere, riconosco poi che c’è molta mia produzione di tipo lirico, c’è qualche caso di produzione impegnata nel sociale, ma soprattutto non esaurisce affatto il mio pensiero sulla poesia in genere e sulla mia in particolare.
Rileggo che ho molto scritto e non tutto quel che dico potrà essere gradito, condiviso o interessante. Mi fermo qui dunque.Una sorta di “prima puntata”. Rifletterò, magari aggiusterò il tiro, intanto vi propongo quanto sopra per sentire le vostre impressioni.